Corrado Tocci

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Paolo VI e la profezia nella complessita

Oggi la Chiesa rende omaggio a uno dei papi del ventesimo secolo che ha avuto la capacità e la forza di gestire le complessità figlie del secolo ventesimo. I cambiamenti richiedono continue scelte, alla fine delle quali Ti ritrovi ad avere scontentato quasi tutti e passi per una persona difficile da capire.

Molti della mia generazione debbono al sacerdote Giovanni Battista Montini il grande merito di averci fatto capire che bisogna essere “uomini nel mondo” e non “uomini del mondo”.

Ci ha fatto capire che una persona può essere chiamata tale se ha una Sua visione dell’uomo, della società, della storia.

Ci ha insegnato ad “immergerci nel tempo vissuto” senza farci trascinare dalle mode o dai facili successi, le nostre guide dovevano essere la giustizia, la solidarietà, la carità, senza mai perdere di vista gli ultimi, in contatto con “il potere del tempo” ma a debita distanza per non farsi contaminare.

Anche noi che abbiamo partecipato attivamente a progetti e iniziative messe in campo da Giovanni Battista Montini vogliamo portare il nostro contributo per inquadrare la Sua figura che la storiografia moderna ha tenuto in secondo piano.

Il giovane Montini doveva confrontarsi con la figura del padre Giorgio e del fratello Ludovico eminenti esponenti del mondo politico cattolico e tra i fondatori delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani.

Giovanni Battista studia nel collegio dei Gesuiti a Brescia fino al ginnasio poi frequenta il liceo nella scuola pubblica. Si laurea in diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana e in diritto civile alla Università Statale.

L’essere stato assistente ecclesiastico dei giovani universitari della FUCI, dal 19245 al 1993, gli permise di capire i limiti e le anomalie insite nel fascismo.

All’interno della FUCI avviò dei piani formazione sociale e politica per preparare una classe dirigente in grado di guidare l’Italia alla caduta del fascismo.

Se durante la Resistenza o i lavori della Costituente è stato possibile attivare un dialogo tra culture politiche diverse lo si deve anche a Giovanni Battista Montini e alla Sua lungimiranza di formare coscienze in grado di dialogare con tutti.

Il suo capolavoro fu l’istituzione dell’ICAS, Istituto Cattolico di Azione Sociale, istituto nel quale tutti i militanti della Azione Cattolica Italiana, in base al lavoro svolto, trovavano una Associazione o una Unione rappresentativa della corporazione di appartenenza. In questo modo videro la luce organizzazioni che a distanza di settanta anni svolgono ancora una azione nel sociale e nell’economico, come le ACLI, l’ACAI, la Coldiretti, i Giuristi Cattolici, i Medici Cattolici, gli Insegnanti Cattolici. Queste Organizzazioni parteciparono e partecipano ancora alla definizione delle politiche sindacali per le varie categorie.

Al momento della Sua elezione a Pontefice molti giovani cattolici, una volta usciti dagli oratori, si erano impegnati movimento studentesco, prima delle scuole superiori e poi dell’università. Il rapporto con la Chiesa si era interrotto, la morte di Giovanni XXIII non faceva molto sperare sui risultati del Concilio Vaticano II.

Poi la capacità di Paolo VI di far “atterrare il Concilio” e la promulgazione degli atti focalizzò l’attenzione sulla Sua azione pastorale. La parrocchia di San Lorenzo fuori le mura, retta dai Francescani, riprese il dialogo con gli studenti universitari per approfondire il contenuto della Costituzione pastorale “Gaudium e Spes”, questa iniziativa riportò molti giovani a dialogare e ad operare all’interno del mondo cattolico.

Come giovani non si potevano che approvare tutte le modifiche che Paolo VI stava apportando al governo centrale della chiesa, creando nuovi organismi per il dialogo con i non cristiani e i non credenti. Ma le encicliche che indussero molti a tornare alla militanza furono la “Populorum progressio” del 1967, sullo sviluppo dei popoli e la lettera apostolica “Octogesima adveniens” del 1971, per il pluralismo dell’impegno politico e sociale dei cattolici.

Fino a tutti gli anni ’60 i problemi della Chiesa italiana, pur esistendo sulla carta la Conferenza Episcopale Italiana, venivano discussi e decisi in Segreteria di Stato, Paolo VI ritenne che fosse giunto il momento che i problemi della Chiesa italiana fossero analizzati e gestiti da una Conferenza episcopale come avveniva in tutti gli altri Paesi del mondo.

Anche perché l’esito del referendum sul divorzio voluto dall’on. Amintore Fanfani aveva dimostrato chiaramente che la società italiana stava cambiando e per questo era necessaria una maggiore attenzione pastorale.

A guidare la Conferenza Episcopale Italiana venne chiamato alla Presidenza il Signor Cardinale Antonio Poma, alla Segreteria generale il vescovo di Lucca mons. Enrico Bartoletti. Vennero costituiti gli uffici e nominati i direttori. La scelta cadde su giovani sacerdoti cresciuti in famiglie piccolo borghesi, impegnati in prima linea nella società civile: don Egidio Caporello nominato vice segretario, don Fernando Charrier all’ufficio problemi sociali e lavoro, don Francesco Ceriotti all’ufficio comunicazioni sociali, don Luigi Nosiglia all’ufficio catechistico, una suora all’ufficio della pastorale scolastica.

Un altro avvenimento che dovette affrontare il papato di Paolo VI fu la scelta socialista delle ACLI che comportò la Sua deplorazione e segnò profondamente e per molti anni la vita delle Acli e di tutto il mondo del lavoro italiano. A questa scelta seguirono tensioni e spaccature interne ai movimenti, oltre che diffuse incomprensioni. Il segretario generale della C.E.I. propose alle Diocesi italiane l’apertura di uffici con sacerdoti incaricati di seguire il mondo del lavoro.

Questi sono gli aspetti più conosciuti degli avvenimenti che in quegli anni Paolo VI si trovò ad affrontare.

Ma i giovani al seguito del cardinale Antonio Poma e dell’Assistente generale della Azione Cattolica Italia mons. Luigi Maverna potevano cogliere tutta una serie di segni nella azione pastorale di Paolo VI che avrebbero portato frutti dopo molti anni di maturazione.

Importante è stato il discorso ai Delegati diocesani italiani della pastorale del mondo del lavoro, nel 1971, al termine del Convegno nazionale durante il quale indicò dieci punti per una pastorale efficace e rispettosa delle persone, “bisogna: avvicinare i lavoratori; comprendere i lavoratori; conoscere le ideologie che pervadono il mondo del lavoro; sentirsi certi di avere un messaggio autosufficiente e originale; farsi sentire non colonialisti ma apostoli; approfondire la teologia del lavoro; sviluppare la coscienza morale; sviluppare la coscienza sociale; azione, bisogna agire; far presente Cristo”.

Importante è la lettera inviata al maresciallo Josip Broz - Tito, Presidente della Socialista Repubblica Federale Jugoslava, il 17 novembre 1966, con la quale si ristabilivano i rapporti e si scambiavano ambasciatori.

Il discorso tenuto a Ginevra il 10 giugno 1969 all’Assemblea dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro in occasione del cinquantenario della sua fondazione. Nell’intervento viene messo in evidenza che “il Figlio di Dio è divenuto anche allo stesso tempo un lavoratore, che si designava naturalmente nel suo ambiente con la professione dei suoi. Gesù è conosciuto come «il figlio del carpentiere» (Matth. 13, 55). Il lavoro dell’uomo acquistava da ciò i più alti titoli di nobiltà che si potessero immaginare, e voi li avete voluti presenti al posto d’onore, nella sede della vostra Organizzazione, con questo mirabile affresco di Maurice Denis consacrato alla dignità del lavoro, dove il Cristo annunzia la Buona Novella ai lavoratori che lo circondano, figli di Dio anch’essi e tutti fratelli”. Evidenzia “l’opera di pionieri come Mons. Mermillod e l’Unione di Friburgo, l’ammirabile esempio dato dall’industriale protestante Daniel Le Grand, e la feconda iniziativa del cattolico Gaspard Decurtins, primo germe di una Conferenza internazionale sul lavoro”.

La continua azione di Paolo VI in favore della pace la possiamo ritrovare nella lettera inviata il 25 luglio 1975 a monsignor Agostino Casaroli, Segretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa, in occasione della conferenza di Helsinki, “Nel giugno 1973 Abbiamo voluto dare il nostro incoraggiamento dell'iniziativa, presentandosi come essere destinate a promuovere lo si desidera e la pace inestimabile, però, era di grande importanza non solo per i popoli d'Europa, ma per tutti la famiglia delle nazioni. E 'in questo spirito che abbiamo accolto l'invito alla Santa Sede di prendere una parte diretta nelle forme che sono specifici per la Conferenza proposto sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, la prima fase si è tenuta a Helsinki nel luglio dello stesso anno. Dopo laboriose trattative a Ginevra, che è durato quasi due anni, si procederà ora alla terza fase con la firma dell'Atto finale a rappresentanti di alto livello degli Stati membri; che si svolgerà a Helsinki dal 30 luglio al 1 agosto. Abbiamo deciso di prendere parte, con un nostro rappresentante speciale.”

La Sua grande apertura mentale e disponibilità di dialogo la ritroviamo nel saluto rivolto ai partecipanti all’incontro “La cultura della non credenza”, il 27 marzo 1969 “E 'con riguardo rispettoso che abbiamo grande attenzione per i nostri visitatori, partecipanti al Simposio su "La cultura della non credenza". Li ringraziamo per questa visita, che assume per noi il carattere di un incontro altamente significativo. Questo non è il solito incontro di persone amichevoli; è piuttosto l'incontro di diverse culture e pensieri differenti. Diciamo questo con umiltà; Sappiamo che qui prima di noi siamo uomini di alto intelletto e di studio profondo; ma diciamo anche questo con gioia e con speranza, perché è sempre il nostro desiderio di ascoltare quelle voci che esprimono il pensiero dei nostri tempi, come è sempre il nostro desiderio che la nostra voce deve essere ascoltata - una voce che, solo perché della debilitazione e la mancanza di abilità di nostre labbra, può sembrare di essere incerta e stonata; tuttavia, dobbiamo aggiungere, racchiude in sé la certezza della verità, e il desiderio di comunicare il suo messaggio di speranza e di vita”.

Il Suo pontificato, costellato da avvenimenti grandi come macigni, si concluse con una grande amarezza, il rapimento dell’amico fin dai tempi della FUCI, altra mente profetica e problematica, Aldo Moro.

Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro avvenne in un momento storico in cui era evidente che tutta quella azione politica attivata con la formazione di coloro che erano stati i padri della Costituente si era esaurita, e che quel dibattito sociale che aveva il compito di dare cittadinanza sempre più vasta e competente al mondo del lavoro veniva interrotto bruscamente, dando il fianco a tutte quelle componenti che non aspettavano altro per riprendersi un ruolo capace di ricacciare il mondo del lavoro agli albori del secolo.

Nella lettera alle Brigate Rosse con la quale chiede “restituite alla libertà, alla sua famiglia, alla vita civile l'onorevole Aldo Moro. Io non vi conosco, e non ho modo d'avere alcun contatto con voi. Per questo vi scrivo pubblicamente, profittando del margine di tempo, che rimane alla scadenza della minaccia di morte, che voi avete annunciata contro di lui, Uomo buono ed onesto, che nessuno può incolpare di qualsiasi reato, o accusare di scarso senso sociale e di mancato servizio alla giustizia e alla pacifica convivenza civile” traspare tutta la Sua amarezza.

Per i giovani del ‘68, figli di operai, cresciuti nelle periferie romane, non è ancora chiaro chi ha guidato questa operazione contro Aldo Moro.

Paolo VI è scomparso il 06 agosto 1978 in una Italia dilaniata e impaurita.

Per i non più giovani cresciuti sotto la guida pastorale del Signor Cardinale Antonio Poma è rimasto l’insegnamento di Paolo VI e il suo amore per il mondo del lavoro. In una situazione come quella odierna dove occorre fare i conti con la complessità e la globalizzazione l’azione pastorale indicata da Paolo Vi può essere una delle strade da seguire, soprattutto per una Chiesa italiana protesa negli ultimi decenni più a proporre progetti socio culturali che concretezza. 


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