Corrado Tocci

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Papa Francesco

Bergoglio e la situazione francese

Papa Francesco nella sua intervista al quotidiano cattolico francese La Croix illustra il suo punto di vista sulla situazione francese in un contesto di globalizzazione. 

Sono tanti, infatti, i temi affrontati da Bergoglio nella intervista realizzata dal direttore Guillaume Goubert e dal giornalista Sébastien Maillard: dal terrorismo islamico ai migranti e al trattamento loro riservato in Europa; dal libero mercato alla laicité francese; dalla crisi vocazionale agli scandali di pedofilia nella Chiesa; dal caso Barbarin ai rapporti con i lefebvriani.

Non manca, ovviamente, la domanda su un eventuale viaggio in Francia, che il Papa definisce una “periferia da evangelizzare”, seppur “figlia maggiore della Chiesa”; Francesco spiega di aver ricevuto un invito ufficiale dal presidente Hollande e dalla Conferenza Episcopale, ma non annuncia alcuna data, neppure il 2017 – annata elettorale – come volevano i rumours. Conferma invece una tappa a Marsiglia, città mai visitata da un Papa, “una porta aperta sul mondo”,, e una ipotesi su un passaggio a Parigi e nella sua banlieu, e a Lourdes.

Parlando di terrorismo islamico, di cui la Francia porta ancora le ferite dopo gli attacchi di Parigi di novembre e quello alla redazione di Charlie Hebdo, il Santo Padre invita ad un esame di coscienza: “Sarebbe meglio interrogarci sul modo in cui un modello troppo occidentale di democrazia è stato esportato in paesi come l’Iraq, dove in precedenza esisteva un potere forte”. Oppure, in Libia, “dove esiste una struttura tribale”. “Non possiamo andare avanti senza prendere in considerazione queste culture. Come ha detto di recente un libico: ‘Eravamo abituati ad avere un Gheddafi, ora ne abbiamo cinquanta’”, afferma.

In Europa, però, è ormai diffusa l’islamofobia; a detta del Papa si tratta perlopiù di paura “per l’Isis e per la sua guerra di conquista che è in parte tratta dall’islam”. “È vero che l’idea della conquista appartiene allo spirito islamico”, sottolinea il Pontefice, “ma si potrebbe interpretare secondo la stessa idea di conquista la fine del Vangelo di Matteo, quando Gesù invia i suoi discepoli a tutte le nazioni”.

A proposito di Europa, Francesco sottolinea che “bisogna parlare di radici al plurale perché ce ne sono tante”. “In questo senso – aggiunge – quando sento parlare di radici cristiane dell’Europa, ho qualche dubbio sul tono, che può essere trionfalista o vendicativo. Ciò diviene allora colonialismo. Giovanni Paolo II ne parlava con un tono tranquillo. L’Europa, sì, ha delle radici cristiane. Il cristianesimo ha il dovere di annaffiarle, ma in uno spirito di servizio come per la lavanda dei piedi. Il dovere del cristianesimo per l’Europa è il servizio”.

In questa stessa Europa – Papa Francesco ne è certo –  “la coesistenza tra cristiani e musulmani è ancora possibile”; “io stesso – afferma – provengo da un paese dove coabitano bene. I musulmani venerano la Vergine Maria e san Giorgio. In un paese dell’Africa, mi hanno detto che per il Giubileo della Misericordia i musulmani fanno a lungo la fila alla cattedrale per passare dalla Posta Santa e pregare la Vergine Maria. In Centro Africa, prima della guerra, cristiani e musulmani vivevano insieme e devono imparare di nuovo a farlo oggi. Il Libano mostra che ciò è possibile”.

La discussione da qui si sposta sul tema della immigrazione; al Vescovo di Roma viene domandato se il Vecchio Continente abbia la capacità di accogliere così tanti rifugiati. “Questa è una domanda responsabile perché uno non può aprire le porte in modo irrazionale” afferma, “ma la domanda di fondo da farsi è perché ci sono così tanti migranti ora. I problemi iniziali sono le guerre in Medio Oriente e in Africa e il sottosviluppo del continente africano, che provoca la fame”.

“Se ci sono guerre – prosegue Francesco – è perché ci sono fabbricanti di armi, che possono essere giustificati per propositi difensivi, e soprattutto trafficanti di armi. Se c’è così tanta disoccupazione, è per mancanza di investimenti capaci di portare il lavoro di cui l’Africa ha così tanto bisogno”.

In ogni caso “la peggior forma di accoglienza è la ghettizzazione”, rimarca il Papa; ad essa va opposta una opera di integrazione che è caratteristica dell’Europa: “Basti pensare a Gregorio Magno, che aveva negoziato con popoli conosciuti come barbari, i quali si sono poi integrati…”.

“A Bruxelles, i terroristi erano belgi, figli di immigrati, ma cresciuti in un ghetto”, osserva il Pontefice; “a Londra, il nuovo sindaco ha prestato il suo giuramento in una Cattedrale e sicuramente incontrerà la Regina. Questo mostra la necessità che l’Europa riscopra la sua capacità di integrare”. Essa è “tanto più necessaria in quanto oggi, a seguito di una ricerca egoistica del benessere, l’Europa sta vivendo il grave problema di un tasso di natalità in declino”, evidenzia il Papa, “un vuoto demografico si afferma. In Francia, però, grazie alla politica familiare, questa tendenza è attenuata”.

Di pari passo va sempre più diffondendosi “un sistema economico mondiale caduto nell’idolatria del denaro”, in cui “più dell’80[%] delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani del 16[%] della popolazione”. “Un mercato completamente libero non funziona” chiosa Bergoglio, “i mercati in sé sono un bene ma richiedono una parte terza o uno stato che li monitori e li bilanci. In altre parole ciò che serve è un’economia sociale di mercato”. 

Nel colloquio non mancano anche i riferimenti a temi come eutanasia e unioni civili. Davanti a leggi ad essi inerenti come devono reagire i cattolici? “Spetta al Parlamento discutere, argomentare, spiegare, dare le ragioni” spiega Papa Francesco, “è così che una società cresce. Tuttavia, una volta che una legge è stata approvata, lo Stato deve anche rispettare le coscienze”.

Il Papa ribadisce quindi “il diritto all’obiezione di coscienza” da riconoscere “all’interno di ogni struttura giuridica, perché è un diritto umano”. “Anche per un funzionario pubblico, che è una persona umana. Lo Stato deve anche prendere in considerazione le critiche. Questa sarebbe una vera e propria forma di laicità. Non si possono accantonare gli argomenti proposti dai cattolici dicendo semplicemente che ‘parlano come un prete’. No, essi si fondano su quel tipo di pensiero cristiano che la Francia ha così notevolmente sviluppato”.

Ovvero quella laicité di cui il paese transalpino è modello. “Gli stati devono essere secolari, quelli confessionali finiscono male – spiega il Papa – Sono contro la storia. Io credo che una versione della laicità, accompagnata da una solida legge che garantisca la libertà di religione, offra un quadro di riferimento per andare avanti. Siamo tutti figli e figlie di Dio, con la nostra personale dignità”.

“Ognuno – prosegue – deve avere la libertà di esprimere la propria fede”: la donna musulmana se vuole indossare il velo, “deve poterlo fare”; allo stesso modo, “se un cattolico vuole indossare una croce”. “Le persone – sottolinea Francesco – devono essere libere di professare la loro fede nel cuore delle loro proprie culture e non ai loro margini”.

L’importante è “non esagerare con la laicità”, perché questo “porta a considerare le religioni come subculture, piuttosto che culture a pieno titolo con i loro diritti”. “Temo – dice il Papa – che questo approccio, un comprensibile patrimonio dei Lumi, continui ad esistere. La Francia ha bisogno di fare un passo avanti su questo tema al fine di accettare il fatto che l’apertura alla trascendenza è un diritto per tutti”.

Sullo stesso filone Bergoglio affronta la questione del calo di vocazioni e della mancanza di preti. Cita allora l’esempio della Corea, paese “per 200 anni evangelizzato da laici”. Una dimostrazione, quindi, che “non c’è necessariamente bisogno di preti per evangelizzare. Il battesimo dà la forza per farlo”. Il problema è sempre il clericalismo, un “pericolo” che è “particolarmente significativo in America Latina”.

È netto poi Francesco nel difendere, nel corso dell’intervista, il cardinale Philippe Barbarin, travolto da uno scandalo nell’arcidiocesi di Lione per casi di abusi di alcuni preti pedofili, precedenti al suo arrivo come arcivescovo. Al coro di vittime che invoca le dimissioni del porporato, arriva dunque la risposta del Santo Padre: “Come ha detto Benedetto XVI serve la tolleranza zero”, tuttavia Barbarin “ora non deve dimettersi”. “È un creativo, un coraggioso, un missionario” e le sue dimissioni sarebbero “un controsenso, un’imprudenza. Si vedrà dopo la conclusione del processo. Ma ora significherebbe ammettere la colpevolezza”.

Francesco ha quindi parlato dei rapporti con la Fraternità San Pio X fondata dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, affermando che il superiore, monsignor Bernard Fellay – incontrato lo scorso 4 aprile – “è un uomo con il quale si può dialogare”. Sui lefebvriani il Papa afferma quindi che sono “cattolici in cammino verso la piena comunione”; ricorda pertanto che il Concilio Vaticano II ha il suo valore e che bisogna procedere nel dialogo con la Fraternità “lentamente e con prudenza”.   

 


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