Corrado Tocci

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Da uno Stato Assistenziale a uno Stato di Polizia Tributaria

Nella seconda metà degli anni ’60, dopo il congresso della DC passato alla storia come “la svolta socialista”, si ritenne che la fase di ricostruzione del Paese fosse completata e che il l’Italia era matura per entrare a far parte, a pieno titolo, dei Paesi più industrializzati.

In quegli anni il sindacato era in grado di influenzare sempre più le scelte politiche mediante l’elezione in Parlamento di segretari nazionali delle confederazioni.

Milioni di persone erano passate dalla campagna alla città, dall’agricoltura all’industria ed ai servizi, dal sud al nord. La sola immigrazione interessò oltre cinque milioni di persone.

Una volta garantita l’assistenza ospedaliera e la previdenza a quasi tutti i cittadini si cercava di estendere la giustizia sociale attraverso una ulteriore legislazione di tutela dei lavoratori, prima con la legge che limitava i licenziamenti individuali, poi con la legge n. 300 del 1970, conosciuta come lo statuto dei lavoratori.

Fondamento di questa crescita era una carta costituzionale frutto del lavoro di mediazione di grandi uomini di culture diverse, che avendo subito “i limiti del fascismo”, credevano in un futuro libero, aperto a tutti, soprattutto alle donne e a coloro che erano meno abbienti.

Una Costituzione, però, ancora incentrata sulla beneficenza, come “strumento” di sostegno sociale. La beneficenza, con tutti i suoi limiti derivanti dalla cultura fascista, cercava di dare risposte al problema con riferimento non alla generalità dei cittadini ma solo agli appartenenti ad alcune categorie.  

Un Paese post bellico con le infrastrutture da ricostruire e ammodernare, dove in molte zone si viveva come nel medio evo, con un sistema industriale assente, escluso il famoso triangolo industriale, con un tentativo delle multinazionali americane di delocalizzare la produzione aprendo stabilimenti in Italia per acquisire fette di mercato, in previsione dell’allargamento della fascia dei consumatori. In questo quadro la politica ritenne che fosse giunto il momento di dare attuazione al titolo quinto della Costituzione con l’avvio delle Regioni a statuto ordinario.

Il pilastro di questa riforma è stato il DPR 616 del 1977.

Contemporaneamente, le lotte politiche collegate alla guerra fredda obbligavano i partiti di massa a ricercare il consenso in qualsiasi modo, e l’attuazione del titolo quinto della costituzione rappresentava una ghiotta occasione per aumentare “i clienti” elettori delle varie correnti dei partiti di massa.

Questa riforma, che avrebbe dovuto trasformare il Paese da un sistema fascista, fondato sul controllo del territorio, e per questo obbligato a favorire delle categorie, ad un sistema di giustizia sociale diffuso, centrato sullo sviluppo del territorio, rispettoso della diversità culturale ed economica, certo della sua capacità di riequilibrio dei territori nella prospettiva di uno Stato nazione forte ed unito, è riuscita solo parzialmente dando vita allo Stato assistenziale.

Purtroppo la complessità politica, figlia delle ideologie imperanti, favoriva il riemergere di un sistema corporativo centrato sui settori economici che non permetteva il raggiungimento del bene comune ma garantiva i vantaggi al settore e a coloro che lo rappresentavano.

Paradossalmente il sistema che avanzava, aggirava i dettami costituzionali di una Repubblica fondata sul lavoro, e trasformava il ruolo del lavoratore che produceva e creava ricchezza in quello di occupato che percepiva una retribuzione da spendere sul mercato dei beni di consumo. In questo modo la retribuzione veniva sganciata dalla produttività economica e sociale e contemporaneamente attraverso il marketing e la pubblicità venivano create nuove esigenze prioritarie.

Tutto questo processo veniva favorito da politiche pubbliche che, sotto il grande ombrello delle teorie keinesiane dello Stato Sociale, utilizzavano il debito pubblico non più per favorire lo sviluppo ma per incentivare il consumo.

Questa miope visione ci ha regalato una classe politica, in sostituzione dei Padri costituzionali, che ha inteso la politica non come servizio ma come professione, politici che hanno aggredito i bilanci pubblici ai vari livelli, per utilizzarli a proprio vantaggio, senza interrogarsi delle ricadute del debito pubblico sulle future generazioni.

In questa logica si sono inventate sempre più procedure burocratiche necessarie per giustificare le continue assunzioni di milioni di persone nella pubblica amministrazione, senza valutare minimamente l’impatto che determinate scelte avrebbero avuto sulla società civile e sul mondo produttivo.

Questa “famelica” gestione del debito pubblico ha comportato la continua necessità di aumentare il livello della tassazione diretta ed indiretta, ritornando ad una cultura tipica del fascismo che non aveva per riferimento la ricchezza dei territori ma le categorie produttive.

Questa cultura superficiale, figlia di teorie giuste in Paesi di diversa struttura socio-economica, ha favorito la diffusione di una sfiducia nei confronti di coloro che gestivano lo Stato, pur continuando i cittadini a credere nei principi e nei valori della Carta costituzionale.

Questa cultura ha fatto si che i più deboli “entrassero in clandestinità fiscale” rifugiandosi nella economia informale, divenendo spesso preda di organizzazioni malavitose rappresentate dal volto umano dei colletti bianchi.

Mentre avveniva questo “infracidamento sociale” la gestione politica cadeva in mano ad alcuni ordini professionali, i quali, sordi e ciechi di fronte a quanto stava avvenendo, protesi solo ad accumulare ricchezze e vantaggi corporativi, non si capisce quanto coscientemente, riesumano la cultura fascista delle categorie e favoriscono l’approvazione di una serie di leggi del settore fiscale e tributario come la Visco sud, gli studi di settore, che non hanno niente a che vedere con la realtà economica dei territori. Basta un esempio di applicazione degli studi di settore, un negozio di un piccolo Comune montano, abitato da anziani, deve avere quasi gli stesi ricavi di un negozio del centro di una città, pena l’accertamento fiscale.

Questa cecità politica e sociale, il continuo aggravio dei costi per le imprese, la continua necessità di risorse per finanziare la politica come professione, ha allontanato molti imprenditori dall’l’Italia, lasciando i lavoratori autonomi più deboli a sopportare il peso fiscale del Paese.

Con la costituzione di Equitalia si è passati dallo Stato assistenziale allo Stato di polizia tributaria, figura giuridica storica sconosciuta, dato che prima dell’avvento dello Stato Nazione si conosceva solo Stato di polizia. La mancanza di politiche tese più a favorire i privilegi che lo sviluppo ha portato Equitalia ad interessarsi dell’artigiano che non aveva pagato la rata INPS, dell’anziano che non aveva i soldi per pagare la tassa di circolazione. Queste persone mentre si sentivano perseguitate contestualmente assistevano “alla bella vita” condotta da tante persone alle quali nessuno chiedeva conto dei loro introiti.

Quando il popolo percepisce di vivere in uno Stato di polizia non si sente solidale con le istituzioni, anzi qualcuno in cuor suo potrebbe gioirne nella logica del tanto peggio tanto meglio, e come italiani un periodo del genere lo abbiamo già vissuto non molti anni fa.

E’ indispensabile perseguire l’evasione e l’elusione attraverso politiche di interesse generale, in grado di colpire veramente chi trae vantaggio da un situazione del genere, in modo da ridistribuire i sacrifici in base alle capacità socio-economiche.

Questa politica deve essere supportata dalla scelta di “far dimagrire” di molto l’apparato pubblico e burocratico in modo da attuare veramente una semplificazione e non come è avvenuto fino ad oggi dove ad ogni semplificazione sono aumentati “i pezzi di carta da riempire”.

 

Poi servirebbe un miracolo per le prossime elezioni, quello di eleggere, non di nominare, degli uomini politici che si dedicano alla politica non come ricerca di una professione, non essendo in grado di guadagnarsi in altro modo la vita, ma per servizio, con l’intenzione di valorizzare tutti i talenti presenti sul territorio per erogare i servizi ai cittadini, senza ricorrere sistematicamente all’aumento del debito pubblico, evitando di imitare quanto fa la Giunta della Regione Lazio. 


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