Corrado Tocci

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Elezioni, Partiti e rappresentativita’

Oggi pomeriggio si è conclusa una campagna elettorale regionale che ha avuto come unico vincitore l’astensionismo, espressione del malcontento popolare. Il non voto mette in evidenza il distacco della gente che non si sente capita e rappresentata dalla classe dirigente. Questo dato è reso ancora più significativo da quanto emerge in molti seggi delle periferie romane dove quasi la metà degli aventi diritto al voto ha ritenuto inutile, in questo momento storico, esercitare uno dei diritti fondamentali di un sistema democratico, l’esercizio dei diritti politici.

Come tutti i pomeriggi al termine delle votazioni sono iniziate nei vari canali televisivi le trasmissioni, che avrebbero dovuto chiarire, ai non addetti ai lavori, il significato dei risultati del voto.  Dopo aver assistito per molte ore al livello dei contenuti delle trasmissioni, più di qualche cittadino ha avuto dei rimpianti per essere andato a votare.

Per chi guarda dall’esterno, e non è organico alle varie oligarchie che cercano di controllare il Paese, l’andamento ed i risultati di queste elezioni danno delle indicazioni precise sullo stato d’animo e su che cosa pensa l’elettorato.

Il grande limite attuale delle oligarchie è il pensare di poter indirizzare il modo di vedere le cose della maggior parte dei cittadini, senza prendere atto che l’aumento del livello culturale medio e la globalizzazione, che porta milioni di persone a visitare altri Paesi, per turismo, studio, lavoro, solidarietà, permettono di vedere come, altrove, gli stessi problemi quotidiani sono risolti velocemente ed in forma efficace.

La partecipazione elettorale dimostra che è necessario affrontare le vere emergenze del Paese, tipo: l’emergenza economica, l’emergenza dell’informazione, l’emergenza sociale di uno stato post-fordista, l’emergenza burocratica.

L’emergenza economica si presenta con diverse sfaccettature.

La prima è la scarsa conoscenza da parte della classe politica del sistema produttivo italiano nel suo complesso, la quale, fidandosi di quanto esposto da sistemi rappresentativi di interessi che rappresentativi non sono più, non riesce a proporre soluzioni efficaci. Basta vedere come si è sottovalutato il fenomeno per cui decine di migliaia di imprese hanno lasciato il Bel Paese per andare ad insediarsi in tutto il mondo, perdendo, così, milioni di posti di lavoro in Italia, senza porsi il problema del perché i costi del sistema sociale e burocratico sono così alti.

In Italia sono rimaste le grandi imprese assistite dallo stato con provvedimenti diversi, dagli incentivi alla cassa integrazione, e le micro-imprese, spesso a gestione familiare, non rappresentate da nessuno stanno cadendo a migliaia sotto la scure di un sistema tributario e fiscale non adatto al sistema Paese.

Il secondo è la supina accettazione di quanto partorito dalla burocrazia di Bruxelles, senza la capacità di coglierne le ricadute sul nostro tipo di sistema produttivo, con il colpo di scure dato dall’accorpamento in una unica Direzione del sistema produttivo; come dalla applicazione delle direttive che vanno sotto il nome di “Basilea”, che hanno aumentato a dismisura il numero di coloro che sono considerati “non bancabili”. In Italia questo aspetto è amplificato dalla anomalia che la Banca Centrale è controllata dalle banche che essa stessa dovrebbe controllare.

Ancora più grave è l’emergenza informazione. La centralità dell'informazione per lo sviluppo della vita democratica rende doverosa la ricerca di un sistema di garanzie, che assicuri la reperibilità dell'informazione e consenta il controllo dei contenuti. L'interazione tra il sistema dei media e la società civile è fuori discussione: da tale constatazione nasce l'esigenza che sarebbe opportuno  sviluppare un sistema di "informazione civile" orientato a favorire la possibilità di intervento e di controllo dei media da parte dei cittadini con l'obiettivo di dar vita ad un'informazione  pluralistica   e disinteressata, di   proteggere   l'utenza  dal condizionamento dei poteri industriali, commerciali e politici e di difendere la privacy degli individui.

Non è più accettabile che l’informazione venga utilizzata, tramite una rete di “portaborse” inseriti nei vari contesti, i quali, con gli strumenti tipici del marketing pubblicitario, fondato sulla illusione e non sulla realtà, cercano di coartare i telespettatori.

L’atra vera emergenza è quella sociale dove la disoccupazione rappresenta il fatto centrale. Si continua a parlare che bisogna dare del lavoro senza prendere coscienza di due fatti importanti: primo occorre creare le condizioni affinché qualcuno decida di organizzare del lavoro, ma è evidente che il sistema in fondo ha un’anima parassitaria, per cui tutti cercano di lavorare lucrando  su chi organizza il lavoro; secondo la globalizzazione ha messo il sistema occidentale e la sua organizzazione del lavoro in un angolo della storia, le redini sono in mano a nazioni come il Brasile, la Russia, l’India e la Cina. Se non vogliamo svendere tutto il nostro patrimonio industriale dobbiamo prendere atto che lo Stato Sociale figlio della seconda metà del ventesimo secolo è defunto e che occorre ripensare l’organizzazione del sistema, non abbandonando le fasce più deboli, ma ripensando nuove forme di sussidiarietà-solidarietà atte a fronteggiare le emergenze sociali.

Infine l’emergenza burocratica. Dai dibattiti televisivi è emerso chiaramente che i cittadini non percepiscono il ruolo delle Regioni se non per i debiti della sanità. Quando sono nate le regioni a statuto ordinario, negli anni ’70, il loro compito doveva essere quello di programmare, invece lo hanno trasformato in ruolo gestionale, amplificando a dismisura la burocrazia, con i gravi danni sociali che sono sotto gli occhi di tutti.

Tutti questi aspetti ci conducono alla vera emergenza rappresentata dalla crisi della democrazia come veniva intesa nel secolo passato.

La crisi della democrazia è strettamente collegata alla crisi della rappresentanza.

Se prendiamo in esame quanto è avvenuto ieri nelle periferie romane dove sono andati a votare cinque cittadini su dieci, e vediamo il risultato delle urne dove chi ha vinto si avvicina al cinquanta per cento dei voti espressi e che all’interno di questa coalizione il partito più rappresentativo si ferma attorno al venticinque per cento dei voti espressi, questo significa che meno di due cittadini su dieci si riconoscono nel partito che ha l’onere di guidare il Paese. Questo fatto rappresenta il vero indicatore della frammentazione e dell’egoismo sociale che viviamo, dove la solidarietà è sempre più un problema degli altri e la socializzazione viene rinchiusa in steccati sempre più stretti.

Il vero pericolo è rappresentato dalla senso di impotenza che la gente vive, per cui allarga le braccia, si arrende, non partecipa più e si relega in meccanismi informali atti a garantire il suo sistema di vita.


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