Corrado Tocci

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Elite e fallimento etico nella seconda Repubblica

Lo sbandamento morale, sociale ed economico del Paese Italia è sotto i nostri occhi tutti i giorni, questo risultato ci permette di prendere atto del fallimento del progetto della élite che ha guidato il Paese nella cosiddetta seconda Repubblica. Il tentativo di dar vita ad una democrazia individualistica, avulsa da principi morali e da comportamenti eticamente orientati, in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini, ci ha portato all’egualitarismo di facciata, e sta dimostrando che non può esistere coscienza sociale fondata su una somma di “io autonomi” finalizzati al sostegno di soli interessi particolari.

Questa visione sta dando vita all’uomo incompiuto non più in grado di partecipare alla costruzione del bene comune.

La conseguenza più grave è che sta passando la convinzione che vivere rettamente sia inutile.

Il laicismo radicale che vorrebbe negare alla religione qualsiasi ruolo al di fuori della sua dimensione privata rischia di indebolire pericolosamente la civiltà occidentale.

La concezione che ogni persona si costruisce una propria verità, sulla base dei dettami della sua coscienza, sta dimostrando tutti i suoi limiti proprio sul terreno della convivenza e dei rapporti interpersonali, non è neanche accettabile la visione di quella società post moderna, definita “liquida”, dove ciascuno ha un proprio modo di intendere il bene comune.

Il disagio che viviamo ci fa tornare alla mente il monito di don Luigi Sturzo, “che la madre di tutte le crisi è spirituale”.

Una élite storicamente è una minoranza, che presenta un progetto ad una maggioranza, evidenziando i vantaggi che tutti possono trarre dalla sua realizzazione.

Questa élite ha fallito il suo progetto di società rendendo più poveri milioni di cittadini che in alcuni decenni erano riusciti ad emergere socialmente ed economicamente.

Per ritrovare il senso e la passione della convivenza è necessario tornare alla forza ispiratrice e critica del “bene comune”.

Il Concilio Vaticano II ha definito il “bene comune” come “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono, sia alle collettività che ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (Gaudium et Spes, n. 26). Il servizio del “bene comune” implica, dunque, la responsabilità e l’impegno per la realizzazione piena di tutti e di ciascuno come condizione fondamentale dell’agire politico. Questo è possibile solo se il “bene comune” non è la semplice risultante della spartizione dei beni disponibili, ma un obiettivo cui tendere in cui ciascuno spende i “propri talenti”.

E’, inoltre, sbagliata l’idea che il “bene comune” sia definito nelle sue forme concrete una volta per tutte, invece, è da ricercarlo nelle forme possibili delle diverse situazioni storiche che si vivono.

L’impegno per il “bene comune” è allora piuttosto uno stile di vita, un agire caratterizzato da alcune scelte di fondo, da richiedere a chi è impegnato o voglia impegnarsi in politica, con l’augurio che la riforma dell’attuale sistema elettorale torni a dare ai cittadini la facoltà di scegliere le persone di cui fidarsi.

Come Popolari Glocalizzati riteniamo che sia indispensabile tenere comportamenti consoni al raggiungimento del bene comune, in primo luogo l’impegno per l’etica pubblica e la morale sociale deve essere indissociabile dall’impegno etico sul piano personale: va rifiutata la logica della maschera, che coniughi “vizi privati e pubbliche virtù”. Questo comporta il riconoscimento del primato della coscienza nell’agire politico e il diritto di ciascun rappresentante del popolo all’obiezione di coscienza su questioni eticamente rilevanti, ma vuol dire anche che la credibilità del politico andrà misurata sulla sobrietà del suo stile di vita, sulla generosità e costanza nell’impegno, sulla fedeltà effettiva ai valori proclamati. In secondo luogo il politico deve essere vicino alla gente, ascoltarne i problemi, farsi voce delle istanze di giustizia di chi non ha voce e sostenerle. I politici non debbono essere al servizio del padrone di turno, ma del popolo. Lo Stato sociale, l’istruzione e la tutela della salute per tutti, non sono una conquista temporanea, ma valori irrinunciabili, da tutelare e migliorare liberandoli da sprechi e assistenzialismi che non servono ai poveri. In terzo luogo, la dialettica politica andrà sempre subordinata alla ricerca delle convergenze possibili per lavorare insieme al servizio del “bene comune”: corresponsabilità, dialogo e partecipazione vanno anteposti a contrapposizioni preconcette o a logiche ispirate a interessi personali o di gruppo. Il “bene comune” va sempre preferito al proprio guadagno o a quello della propria parte politica. In quarto luogo, nel servizio al “bene comune” occorrerà saper accettare la gradualità necessaria al conseguimento delle mete: la logica populista del “tutto e subito” ha spesso motivato promesse non mantenute, quando non la violenza e l’insuccesso di cause anche giuste. Occorre puntare al fine con perseveranza e rigore, senza cedere a compromessi morali e ritardi ingiustificati e senza mai ricorrere a mezzi iniqui.

Questi cinque punti appena enunciati dimostrano il fallimento di questa élite che ha gestito la seconda Repubblica, che cerca, attraverso l’occupazione militare dei mezzi di comunicazione, attraverso spettacoli guidati da canovacci ideologici o modelli di costume, di far passare presso l’opinione pubblica false tematiche politiche e sociali che niente hanno a che fare con il vivere quotidiano e con il problemi che le persone debbono affrontare ogni giorno.

La élite tramite i mezzi di comunicazione ha provato a ricreare delle corti da presentare come modello al popolo, tipo regno di Francia, ma ha dimenticato che tale modello portò alla rivoluzione francese e al regime del terrore.

In una società dove i nuovi media garantiscono la comunicazione necessaria a salvaguardare la democrazia, bisogna cominciare a domandarsi se è ancora valido pagare un canone televisivo per garantire alla élite di perpetuare le sue sceneggiate.


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