Corrado Tocci

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Giulio Andreotti – Ricordi di un Giovane Democristiano

La scomparsa di Giulio Andreotti per noi giovani cattolici democratici degli anni sessanta ci riporta a ripercorrere cinquanta anni di storia del Paese, della quale una prima parte complessa, portata avanti da uomini che si consideravano avversari, uniti però dalla convinzione di realizzare il bene e la crescita economica e sociale del popolo, e una seconda parte sostenuta più dalle dichiarazioni che dai fatti, portata vanti da uomini che erano retroguardia nella prima fase.

Fermo restando le polemiche e le varie costruzioni sulle caratteristiche e sulla attività di Giulio Andreotti, il cui giudizio lo lasciamo alla storia e non ai guitti o ai prezzolati salottieri, incapaci di fare scelte, anche se complesse, e portarne fino in fondo la croce.

E’ importante, invece, ricordare come Giulio Andreotti sia stato capace di far innamorare della politica giovani studenti, abituati come erano a fermarsi alla fase di contestazione o di denuncia.

Giulio Andreotti ha insegnato loro che fare politica significa conoscere molto bene la realtà dove si vuole innestare quella azione politica, che ha l’obbligo di apportare delle modifiche migliorative, pur con tutti i limiti oggettivi della situazione.

La parola che ricorreva sistematicamente nelle proposte politiche era concretezza. Mentre i giovani che seguivano Aldo Moro potevano fantasticare su ipotesi geometriche da realizzare in politica, i giovani che seguivano Giulio Andreotti, se volevano essere presi in considerazione sul piano politico, erano obbligati a portare avanti iniziative concrete che dovevano consolidare il consenso, non a caso Giulio Andreotti era quello che riceveva più preferenze nella Democrazia Cristiana.

Giulio Andreotti nella sua concretezza aveva messo a disposizione per i giovani del gruppo una sede tutta loro in Via Zanardelli, vicino alla redazione del quotidiano Il Popolo.

La vicinanza culturale con Emilio Colombo permise di costituire un solo gruppo ai congressi, che non raggiunse mai numeri elevati di tesserati, ma rimase, insieme ai morotei, l’ago della bilancia dei vari congressi D.C.

Nella seconda metà degli anni sessanta molti giovani ebbero la possibilità di sperimentare cosa significasse fare politica all’interno di un partito come la D.C., l’occasione fu l’abbandono del gruppo andreottiano da parte del Sindaco di Roma Amerigo Petrucci, e il suo passaggio alla corrente dorotea. Nel successivo congresso tutti i giovani venimmo impegnati nella organizzazione di tantissime liste in modo da limitare il danno per il calo dei delegati, amici di Amerigo Petrucci, che erano passati ad altra corrente del partito.

Un dono lasciato in eredità è rappresentato dalla grande attenzione prestata ai problemi dell’area del mediterraneo e la sua opposizione a politiche neocoloniali, soprattutto nei confronti del popolo palestinese.

Un altro dono è rappresentato dalla fase denominata del “compromesso storico” dove si è cercato un dialogo costruttivo tra forze politiche ideologicamente contrarie, ma la determinazione di uomini come, Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Benigno Zaccagnini e Giulio Andreotti, ha permesso di scrivere una pagina storica di come il bene comune sia sempre più importante delle beghe di bottega. Purtroppo questa pagina è costata la vita ad Aldo Moro e il futuro ci darà le giuste risposte ai quesiti che sono rimasti insoluti.

Come tutti gli eventi umani che debbono avere un termine anche per Giulio Andreotti si pensò che il tempo fosse maturo e il Presidente della Repubblica lo nominò senatore a vita, in questo modo non era più necessario presentarsi alle elezioni.

 

Possiamo ringraziare Giulio Andreotti per averci insegnato che la politica è serietà, sacrificio e concretezza. Anche se in questa fase storica del nostro Paese sono parole che non trovano molti seguaci. Molti di noi lo ricorderanno per quelle battute o quelle citazioni che facevano ridere la platea ma che annichilivano gli avversari.

 

 


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