Corrado Tocci

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Guide Naturalistiche

Guide Naturalistiche

OBIETTIVI DEL CORSO

L'obiettivo che si era prefisso con l'attivazione del corso per "Guide naturalistiche", è stato pienamente raggiunto. Le allieve hanno raggiunto una profonda reale conoscenza delle fondamentali nozioni di ecologia, geologia e botanica, indispensabili nella professione dell'accompagnatore naturalistico, con il quale, sfruttando tali conoscenze deve comunicare e trasmettere agli altri questa nuova cultura naturalistica. In tal senso la sua opera è di fondamentale importanza, in quanto dovrà sensibilizzare nella maniera migliore, chi si accosta per la prima volta a questo nuovo modo di vivere la natura. La puntuale cura da parte di tutti i docenti degli argomenti scientifici e non, ha consentito l'interiorizzazione di concetti o argomenti di non facile comprensione, avendo cura anche di approfondire argomenti in lingua inglese e francese. L'organizzazione logistica del corso è stata tale da non creare disfunzioni o inadempienze, anzi garantendo una completezza didattica, dimostrata dalle numerose scese in campo e in territorio siciliano e nazionale, atte a rendere concretamente visibili le diverse realtà gestionali e strettamente e strettamente naturalistiche e paesaggistiche esistenti nel territorio italiano. Il corso in questione ha dato sicuramente un forte input alla creazione di nuove professionalità, in quanto scarsa è l'offerta professionale in tale campo specie nelle regioni meridionali e nella regione Sicilia in particolare così ricca nel patrimonio paesaggistico e faunistico. A conclusione del corso le allieve, potranno sicuramente farsi portatrici di iniziative finalizzate a favorire lo sfruttamento di queste ricchezze in maniera innovativa e scientifica, attivando nuovi canali occupazionali che era l'obbiettivo principe del corso

 

STAGE

Gli stage si sono articolati in numerosi sopralluoghi operativi con attività di perlustrazione geografica e conoscitiva della flora e della fauna locali rapportati al territorio siciliano e quindi confrontati con le maggiori realtà nazionali di riferimento.

 

ORTO BOTANICO DI PALERMO (21 e 26 Giugno 1991)

 

Riserva di Monte Pellegrino

24 Giugno 1991

2 Luglio 1991

 

LITORALE ASPRA-MONGERBINO (04 Luglio 1991)

MONTE CATALFANO 

MUSEO DI TERRASINI (12 Luglio 1991)

 

Parco delle Madonie

SERRE DI LUCELLA, PIANO BATTAGLIA, BOSCO POMIERI 

19 Luglio 1991

 

Parco dei Nebrodi

MISTRETTA, NICOSIA, L. UCRIA QUATTROCHI, DIGA AURISPA, TROINA

25 e 26 Luglio 1991

 

CEFALÙ (31 LUGLIO 1991)

GIBILMANNA, ISNELLO, CASTELBUONO, PETRALIA

 

Parco del Terminillo (4 Settembre 1991)

CASCATE DELLE MARMORE 

 

Parco dell'Appia Antica

7 Settembre 1991

 

Riserva dello Zingaro

2 Ottobre 1991

 

RISERVA NATURALE TEVERE FARFA (05 Settembre 1991) 

Viene istituita nel 1979, grazie alla legge regionale n.21: si estende per circa 700ha comprendendo ambienti dalle caratteristiche fluviali e lacustri caratteristiche. La riserva è stata inserita nell'elenco delle zone umide di interesse internazionale, tutelate dalla Convenzione di Ramsar. Il territorio che si apre intorno al fiume è caratterizzato da formazioni geologiche rappresentate da terrazzi alluvionali di sabbie, ghiaie e argille; da formazioni vulcaniche e da depositi di travertino. Espressione di questo paesaggio è la piana di Nazzano uno dei comuni che prendono parte al consiglio di gestione della riserva e che ha rappresentato il nostro punto di osservazione privileggiato. In questo centro non esistono particolari strutture ricettive legate alla promozione turistica dell'area: l'unica che abbiamo visitato è stato un casale appartenente all'Università agraria di Nazzano, utilizzato per la proiezione di diapositive inerenti alla fauna del posto. (Nonostante la mancanza di una vera e propria struttura ricettiva, tuttavia ho potuto notare l'iniziativa, almeno promettente e testimone di buona volontà, di opuscoli con le indicazioni sul percorso da seguire per la visita dei luoghi). Direttamente a contatto con l'affluente Farfa è stata tracciata una sentieristica attrezzata di stazioni per l'osservazione degli uccelli e di apposite tabelle direttive. Anche la pianura di Nazzano è costituita da depositi alluvionali di recente formazione, composti da sabbie e limi di derivazione fluviale, circondati da un argine artificiale rialzato e da una serie di canali d'acqua che confluiscono nella vasca di raccolta (l'idrovora) per terminare infine nel bacino del Tevere attraverso un continuo passaggio. In essa si sviluppa un titpo di vegetazione superficiale che galleggia liberamente non essendo ancorata al fondo equindi caratteristica delle acque ristagnanti. La ripida pendice dalla pendenza quasi verticale, che sovrasta la pianura, è la Ripa Bianca la cui morfologia è il risultato dell'azione erosiva del Tevere e del clima, anch'esso condizionato dall'azione termoregolativa del bacino fluviale. Dalla scarpata fino alla riva, 3 sono le fasce vegetative differenziate nettamente: parte il gramineto della scarpata, tipico di tutti gli ambienti palustri e lacustri, ritroviamo il fitto e abbondante canneto che ricopre gran parte delle rive del fiume e del torrente. Accanto alla specie predominante della canna palustre, sono presenti altre specie tipiche degli ambienti umidi la Tifa, il Giunco e nella zona del porto (zona in cui oggi è rimasto un unio traghetto inutilizzato che veniva azionato manualmente per il trasporto di mezzi agricoli e di bestiame) la lenticchia d'acqua. Per quanto riguarda la vegetazione del bosco ripariale, distinguiamo nella parte più umida, a ridosso delle sponde orografiche il pioppo bianco, l'ontano e i salici nelle forme bianco e rosso. Verso le pendici collinari, invece la vegetazione è caratterizzata dal quercieto: roverella, cerro, leccio - unica specie, quest'ultima, con foglie sempreverdi anche d'inverno - quando ricopre tutti i versanti collinari con i suoi 20m d'altezza! (Un tempo, comunque, prima che il disboscamento incontrollato e selvaggio, gli incendi dolosi e le lottizzazioni abusive ne facessero scempio, le foreste di leccio si estendevano sia nella zona collinare fino a 700 m, sia in pianura e sulla costa). Nelle zone più aperte ritroviamo poi, l'albero di Giuda, specie eliofila che per questa sua caratteristica peculiare si trova sempre ai lembi estremi del bosco: è una pianta rara e localizzata in alcune parti d'Italia. Infine una zona più umida, quasi a contatto con l'acqua vi è una fascia di bosco caratterizzata da Noccioli, Aceri, Carpini e Farnie. Per quanto riguarda la fauna, accanto a mammiferi quali volpi, donnole, istrici e tassi, di cui sul terreno umido o sul fango facile riconoscere tracce, escrementi o tane, ritroviamo una popolazione varia e ricca di uccelli, molti dei quali rari da incontrare in altre parti d'Italia, ma che in loco trovano un habitat naturale in cui sostare nel periodo invernale. Questa presenza importante che restituisce la riserva all'attenzione tutelare internazionale, è stata beneficiata dalla creazione della diga e quindi dal bacino artificiale: così, ad esempio, nell'habitat del canneto troviamo molte specie nidificanti, come la Gallinella d'Acqua, il Germano Reale, il Canna Reccione, di cui l'esemplare maschio, nel periodo riproduttivo, dall'alto delle tife lancia il suo pittoresco richiamo serale; il colorato Martin Pescatore, il Cormorano. I più caratteristici di questa zona sono, comunque, gli Ardeidi, comunemente conosciuti come Aironi, che conducendo una vita ritirata, salvaguardata da un piumaggio mimetico, frequentano acque poco profonde dove possono muoversi facilmente, favoriti dalle lunghe zampe: non di rado, però, si possono osservare sulle canne o sui posatoi in vicinanza dei capanni per il bird-watching. Tra questi, a parte l'Airone Cenerino che staziona nel posto anche se non nidifica, sono presenti l'Airone Rosso, la Nitticora, la Garzetta e più raramente l'Airone Bianco Maggiore. Significativa è anche la presenza di numerose specie di rapaci diurni - Nibbio Bruno, Poiana, Gheppio - e nei periodi invernali e primaverili, il Falco di Palude, dal volo rapido e silenzioso, e il Falco Pescatore, più facilmente avvistabile, fermo sui rami secchi di pioppo. Un mammifero ospite della zona, infine, è la Nutria, roditore introdotto in Italia dal Sudamerica per la sua pelliccia che, sfuggito agli allevamenti, ha colonizzato molti bacini fluviali del centro Italia. Ma la presenza più importante è quella delle anatre, che nel periodo delle migrazioni fanno scalo nelle acque stagnanti della riserva, sia nell'esemplare dell'anatra di superficie (di grandi dimensioni, frequenta acque poco profonde dove si nutre di piante dragando il fondo melmoso senza immergersi completamente); sia nell'esemplare dell'anatra tuffatrice (di minori dimensioni, s'immerge totalmente nell'acqua, acque profonde, ricercando il cibo). Tra le varie ritroviamo, rconoscibili per la varietà ed unicità dei colori, l'Alzavola, la Marzaiola, il Mestolone, il Codone; tra le seconde presenti in minor numero, il Moriglione, la Moretta. Inoltre tra i rettili presenti in tutto il territorio con il Biacco, il Cervo, il Saettone, e addirittura la Vipera Aspis, negli ambienti acquatici si può rinvenire la Biscia dal Collare. Diverse sono le specie ittiche: Luccio, Tinca, Carpa, Pesce Gatto, Anguilla. Tra gli invertebrati, numerosi insetti d'acqua: curiosi sono i gerridi, per due caratteristiche: pattinano sull'acqua con rapidi guizzi ed hanno le zampe medie e quelle posteriori notevolmente più lunghe delle anteriori che utilizzano solo per la presa del cibo. Tra le specie rare che compongono la vita faunistica degli ambienti rupicoli e rocciosi, troviamo anche qui, accanto ai mammiferi, numerose specie aviarie tra cui spiccano, interessanti, il Gruccione, il Topino, l'Upupa, la Ghiandaia, l'Allocco, il Pendolino, la Civetta, il Barbagianni.

 

PARCO NAZIONALE DEL CIRCEO (06 Settembre 1991)

Viene istituito nel 1934 con la legge n. 285 del 25 gennaio e la sua gestione viene affidata all'Azienda di Stato per le foreste demaniali: questa cura la sorveglianza del parco grazie ad un corpo forestale dello Stato che si occupa anche dell'accompagnamento di gruppi organizzati. Per quanto riguarda l'amministrazione, è presente una commissione consultiva che per legge promuove la formulazione di progetti attinenti le attività a carattere scientifico circa il patrimonio tutelato: fauna, flora, formazioni geologiche; fermo restando il proposito di perseguire un'equa politica di sviluppo turistico. Esiste un centro direzione a Sabaudia che insieme a S. Felice Circeo è uno dei due centri abitati presenti all'interno del parco, tuttavia, sono anche i Comuni di Latina, Ponza e dell'isola di Zannone. La direzione di Sabaudia ha diverse strutture di ricezione già fruibili, alcune in via di completamento, altre in cantiere. In primo luogo consta di un centro per i visitatori, dotato di una relativa area di parcheggio per auto e pullman ed un'area riservata al pic-nic. Ci sono poi strutture a fine didattico-scientifico, quale una sala audiovisivi, in cui avviene il primo "impatto informazione" con le realtà del posto; una biblioteca ed un museo naturalistico di recente creazione, in cui, attraverso pannelli sonorizzati, diapositive luminose, reperti archeologici, gigantografie, grafici, terrari e acquari, vengono presentati in modo sintetico ed efficace gli aspetti più significativi; infine, è stata disegnata una mappa sentieristica per le gite turistico-naturalistiche che porta sino ai laghi: alcuni costeggiano la selva e sono fruibili con le macchine, altri più interni, sono attraversabili soltanto a piedi o tutt'al più in bicicletta.

Uno di questi sentieri, in particolare, è importante per i suoi risvolti didattici: si tratta di un percorso ad anello che si sviluppa all’interno del Centro Operativo stesso, composto da 68 stazioni evidenziate da tabelle – legenda posto lungo il tragitto da seguire a piedi. Ad ogni stazione vengono descritte particolari peculiarità faunologiche, descritte anche dalla guida di accompagnamento.

La gestione delle visite non è direttamente curata dall’ente ma da una cooperativa di guide forestali incaricate dal comitato centrale di tale compito. Questi servizi, che possono essere prenotati presso la Pro - loco di Sabaudia, vengono quindi espletati grazie alla collaborazione di cui il comitato si avvale e, alleggerendo le responsabilità gestionali di questo, si permette alla popolazione locale di mettere a frutto la disponibilità di un così proficuo patrimonio.

Il parco si estende per una superficie di circa 8.500 ha. di territorio Pontino: solo il 60[[[[%]]]], però, appartiene alla Stato; il resto è vincolato di fatto dalla legislazione sulle riserve, appartenendo a Comuni o a privati. Che esista, in base a questa divisione, una differenza di gestione e di manutenzione in parti diverse, dell’intero comprensorio è palese.

Ma nonostante molti ostacoli, il Parco Nazionale del Circeo offre una sintesi unica di paesaggi eterogenei , al punto che, tale particolarità, ha fatto sì che nel 1978, alla Convenzione di Ramsar, l’Unesco sia intervenuta per tutelare alcune zone con un vincolo speciale.

Oggi, dunque, entro i suoi confini, la zona protetta abbraccia il patrimonio omonimo, la selva di Cerce, una grande foresta estesa su 3.260 ha., oggi riserva naturale della biosfera e dell’uomo, sotto l’egida dell’Unesco; i quattro laghi costieri di Paola, dei Monaci, di Caprolace e di Fogliano; paludi, dune e coste ; l’isola di Zannone.

Nella cornice di questo scenario paesaggistico, dove si incontrano climi diversi, quali il nord- africano testimoniato dalla presenza di ginepri e palme nane e quello centro- europeo, testimoniato dagli ultimi resti delle grandi foreste di quercie che devono aver ricoperto il continente in tempi assai lontani: in questo scenario, dunque, emergono testimonianze archeologiche di culture addirittura preistoriche: a partire dal Paleolitico, infatti in una grotta alla base del promontorio del Circeo, rimasta chiusa per molti secoli, è stato rinvenuto un teschio dell’uomo di Neanderthal, estintosi 35.000 anni prima dell’era cristiana, insieme ad altri resti animali. Altre testimonianze sono relative ai resti dell’acropoli della città di Circeii, a 300 m. di altezza; le rovine romane nella villa domiziana all’interno della selva, con le grandi cisterne alla riva del lago di Paola che fornivano l’acqua alle fontane; la rocca medievale di S. Felice Circeo.

Gli ambienti naturali, come già sottolineato, sono diversi con proprie caratteristiche: 

-Il Promontorio del Circeo è caratterizzato da una vegetazione sempreverde tipicamente mediterranea, una leccetta molto fitta. E’ distinto in due versanti , di cui uno caldo esposto a sud – ovest (Quarto caldo), uno freddo esposto a nord – est (Quarto freddo).

-La Foresta Demaniale caducifolia, parte dell’antica selva di Terracina che originariamente, prima della bonifica dell’agro pontino, si estendeva per oltre 11.000 ha. con le sue latifoglie: Sughere, Fornie, Cerri, Farnetti, Lecci, una grande quantità di specie diverse di querce alimentate dalla presenza dell’acqua delle paludi vicine, che raggiungeva anche la foresta; oggi accanto alla diminuzione delle specie presenti, dimezzate dal disboscamento iniziato negli anni trenta, si è anche verificato un cambiamento del paesaggio floristico, laddove ad esempio la percentuale di Cerri è aumentata rispetto a quella delle Farni che è invece diminuita, modificando una secolare proporzionale inversa; o laddove le sughere o i Lecci non trovano più posto all’interno della grande forestale divenuta meno umida, ma nelle zone più vicine al mare.

All’interno di questo ambiente distinguiamo due differenti sottozone:

-Piscine: oggi ne rimangono soltanto due protette come zone integrali, dove tutto è lasciato allo stato incolto, fino alla completa degradazione, pur di seguire il corso evolutivo naturale, a testimonianza dell’aspetto evolutivo dell’Agro Pontino. L’accesso è consentito soltanto alle Guardie, per servizio o per accompagnamento di gruppi con interessi di studio. Sono gli ultimi lembi di foresta, nella parte interna, allagati stagionalmente e che per il resto dell’anno, hanno l’aspetto di dune consolidate, dove si può intuire dove ristagnasse l’acqua in passato.

-Lestre: rappresentavano la parte emersa rispetto alla palude, dove si praticava il nomadismo delle popolazioni transumanti che si stabilivano nella palude per 9 – 10 mesi all’anno, aspettando il periodo caldo, quello in cui era maggiore il pericolo del contagio della malaria, per ritornare ai luoghi natii. In queste aree nascevano dei veri e propri villaggi: capanne caratteristiche a base quadrata o rettangolare, con il tetto a cono, venivano utilizzate come abitazioni, come stalle, come depositi per la paglia o, ancora, come recinti per gli animali. In tutta la selva oggi ritroviamo un discreto numero di mammiferi liberi: non sono infrequenti le scorribande tra daini o cinghiali; donnole presenti un po’ dappertutto nel parco così come le volpi e le talpe romane; e poi il tasso, di cui sono rintracciabili le grandi tane sotterranee, nelle aree forestali e sul versante delle dune costiere.

-Uscendo dalla foresta incontriamo la Duna Costiera che si estende per circa 28 Km: è un cordone molto stretto e poco alto di sabbia grigio - gialla che serra il mare dalla parte interna, facendo da confine del parco.

-L’isola di Zannone, del gruppo delle Ponziane, geologicamente di origine vulcanica, è un mirabile esempio di macchia mediterranea allo stato vergine, vi si è stanziata una colonia di Nuflone, pecore selvatiche endemiche della Sardegna e della Corsica, dalla lana pregiatissima; dove si possono osservare uccelli di raro valore quali il Falco Pellegrino ed altri esemplari migratori:

-4 Laghi: sono zone umide che nel periodo autunnale e invernale sono soggette, come le aree di pascolo circostanti, a fenomeni di impaludamento che si protraggono a volte per alcuni mesi: circa 280 sono le specie legate per lo più all’ambiente acquatico palustre, lacustre e marino, di cui, oltre a quelle stanziali e nidificanti, molte altre migratorie, sosteno in quelle zone nei periodi di passo autunnale e primaverile, rimanend, addirittura per lo svernamento come nel caso delle cicogne, bianca e nera.

Al lago di Fogliano, ad esempio, nella stagione estiva si possono osservare gli Aironi Cenerini (così sulle coste, isolatamente): in minor numero, rispetto alla stagione invernale, il Gabbiano Comune( quello reale è nidificante sull’isola di Zannone). Nel periodo di svernamento, comuni sono l’Alzavola, lo Svasso Maggiore (anche se di presenza scarsa), il Moriglione di cui, come per la Folaga, sono certi alcuni casi di nidificazione; la Moretta. Legati ai periodi di doppio passo, infine, sono esemplari, di cui alcuni nidificanti come il Tarabusino, il Cavaliere d’Italia (che si pensava fosse estinto), il Germano Reale, il Piovanello ed il Fenicottero, un tempo presenza accidentale, divenuto negli ultimi anni ospite meno occasionale.

 

PARCO NAZIONALE D'ABRUZZO (09 e 10 Settembre 1991)

Viene istituito come parco nazionale nel 1923, con la legge n. 1511 del 12 Luglio, ma già nel 1922, ancora antica riserva di caccia reale , era stata segnalata come zona d’alto interesse convenzionalistico, divenendo , per iniziativa privata di un gruppo di naturalisti bolognesi, della federazione “Pro Montibus Et Silvis”, una delle prime aree protette italiane.

E’ situato a cavallo di tre regioni- Abruzzo, Lazio e Molise- interessando 22 Comuni compresi nel territorio dell’Aquila, Frosinone e Isernia. Inizialmente l’area protetta vantava uno spazio di 12.000 ha, sulla Costa della Comasciara: due crisi, una nel 1933 quando con un Decreto Legge si soppresse il parco, l’altro nel decennio 1958-68 quando si perpetuò la più grande speculazione in loco ai danni sia del parco che della popolazione, hanno rallentato il processo di sviluppo fino al 1969, quando grazie ad una nuova direzione (ricordiamo che la gestione è affidata all’Ente Autonomo Parco Nazionale Abruzzo) e ad una rinnovata campagna di sensibilizzazione, il territorio è stato ulteriormente ampliato, annettendo, tra l’altro, circa 10.000 ha. del gruppo montuoso marsicano. Oggi il parco si estende su 44.000 ha. di territorio protetto più 60.000 ha. di cornice controllata , la cosiddetta Zona di Protezione Esterna: tutta l’area destinata a riserva naturale è delimitata da apposite tabelle gialle che forniscono le annotazioni e gli ammonimenti comportamentali dovuti a chi si accinge alla visita. I 2.000 ha. di riserva integrale (La Camosciara) sono invece contrassegnati da apposite tabelle rosse che indicano gli speciali sentieri, gli unici, attraverso cui accedere in queste aree, accompagnati da personale specializzato (Guardie e Collaboratori). Numerosi sono gli itinerari turistico- naturalistici tracciati: circa 150, partendo dai 25 accessi attrezzati , anche questi contrassegnati da cartelli, e percorribili necessariamente senza mezzi motorizzati: fin dove è stato possibile, infatti, l’Ente si è adoperato per la chiusura delle strade di penetrazione forestale, cosicchè circa 50 Km di piste e strade sono accessibili soltanto a piedi; l’auto si portare per i grandi spostamenti lasciandola poi a fondovalle nel momento dell’escursione vera e propria tra boschi e prati.

Nonostante le numerose difficoltà, negli ultimi anni l’Ente si è dato molto da fare per promuovere e incoraggiare la visita culturale controllata, e selezionata, realizzando, da una parte, una politica d’intesa con i Comuni interessati, favorendone la collaborazione, e dall’altra adeguando il sistema di zoonizzazione territoriale così da integrare l’obiettivo primario di tutela, con quello non meno importante dello sviluppo economico ed occupazionale del luogo.

In quest’ottica si calcola ad esempio che vengano impiegati stabilmente nella manutenzione, circa un centinaio di operai, oltre ad un numero variabile di stagionali, sono presenti a tempio pieno 10 cantieri di riqualificazione ambientale; sono presenti foreste e pascoli, riservate alle attività silvopastorali, spendendo qualcosa come 650 milioni di lire; nell’ultimo decennio si parla di una spesa pubblica del valore di 12 miliardi per la conservazione delle aree del parco (per esempio per la salvaguardia di 150 alberi preservati dal taglio, permesso, adesso, soltanto in alcune zone e regolato da particolari condazioni).

Ma quello è che il richiamo turistico esercitato dal parco frutti oggi all’economia locale una cifra che varia dai 10 ai 40 miliardi all’anno: un introito che ha favorito la nascita di organizzazioni giovanili locali, che in collaborazione con il centro di gestione, si occupa della promozione delle attività umane compatibili con il sistema protezionistico. L’esperienza che in quest’ambito è meglio riuscita, è quella della cooperativa dei Servizi Turistici: delle 10 attive, l’Ecotur di Pescasseroli ha fornito il servizio alle giovani dell’I.R.S.T.di cui durante lo stage. Tramite prenotazioni presso le Aziende di Soggiorno, le Pro-loco, o anche gli uffici di zona del parco, reperibili in ognuno dei centri abitati, è possibile disporre di personale specializzato per gite, escursioni particolari lungo itinerari naturalistici di difficoltà variabile, o per esperienze di trekking a piedi, a cavallo, in bicicletta o con gli sci. Vengono organizzati campi – scuola, soggiorni estivi in cooperazione con Comuni, Enti pubblici o privati, in cui vengono organizzate attività culturali che mirano alla rivalutazione dei centri abitati del comprensorio, e attività sportive che vanno dal torneo di tennis al corso di fotografia naturalistica, in collaborazione con le numerosi stazioni alberghiere sul posto.

Per quanto riguarda le strutture ricettive messe a disposizione dall’Ente, il primo impatto viene garantito da 10 Uffici di Zona, presso cui si possono ricevere informazioni e materiale divulgativo; esistono poi in alcuni villaggi dei Centri Visita (aperto al pubblico in alcuni casi previo pagamento di un simbolico, biglietto d’entrata), comprensori di Musei, Aree faunistiche, Giardini, Sale- audiovisive, etc…

Sino ad oggi 4 di questi centri sono già ben avviati – Pescasseroli, con il suo Parco; Civitella Alfedena con l’area faunistica del Lupo Appenninico; Villavallelunga con l’area faunistica del Cervo; Bisegna con il museo e l’area faunistica del Camoscio d’Abruzzo – mentre 3 sono in via di completamento. 

Sono stati creati 10 rifugi montani, cui si può accedere tramite autorizzazione scritta, così come nelle aree riservate al campeggio, regolate da un rigoroso regolamento.

E’ stata promossa una intensa attività di ricerca, consolidata dalla formazione di un Centro Studi Ecologici Appenninici: numerosi contributi scientifici sono già stati pubblicati e circa 60 ricerche sono attualmente aperte. In virtù di questa fervida ricerca si sono formati anche degli organismi satelliti, riconosciuti a livello internazionale: il Gruppo Lupo Italia, il Gruppo Camoscio Italia, il Gruppo Orso Italia, per la rispettiva tutela del Lupo Appenninico, del Camoscio d’Abruzzo, dell’Orso marsicano, maggiormente minacciati dallo sviluppo antropico.

E’ infatti per la necessità di preservare dal fantasma dell’estinzione quello che è considerato il più bel camoscio del mondo, per il disegno bianco e nero della gola e le corna eccezionalmente sviluppate, che sono state create una riserva integrale ed un’area faunistica dove oggi vive un piccolo branco di esemplari in condizioni di semilibertà; che lo zoo di Monaco di Baviera, specializzato nell’allevamento dell’ungulato, ne ha poi richiesto degli esemplari per motivi di studio, restituendone i giovani individui favorendo il ripopolamento.

Oggi l’Ente per una maggiore sensibilizzazione, permette anche l’escursione all’interno della Camosciara, nel solo mese di agosto, e per non più di 50 persone al giorno, creando un contatto più autentico tra uomo e natura che è poi quello che può servire da molla per un rispetto meno superficiale nei confronti di un patrimonio vulnerabile.

Che le attività dell’uomo introdotte nel sistema parco abbiano sconvolto l’habitat naturale degli animali, è evidente anche nel caso dell’orso marsicano, specie particolarmente interessante per le sue caratteristiche morfologiche relative al cranio e alla dentatura, determinandolo con una specializzazione in senso erbivoro e facendone, quindi, una specie diversa rispetto a tutte le altre di orso bruno europee. Le attività agropastorali , infatti, se da un lato hanno apportato notevoli benefici alimentari a questa specie, ne hanno anche provocato lo spostamento verso le zone più periferiche del parco, laddove non è più protetto dal bracconaggio , sia nella forma delle ritorsioni dei contadini che si sentono danneggiati dal parco, sia nella forma perpetuata per il commercio delle pellicce; dalla caccia, anche quella che, anche se non perseguita direttamente contro l’animale, ne disturba nondimeno i periodi critici, provando un fenomeno di cui poco si parla che è ugualmente determinante nel ridurre il numero delle presenze all’interno della popolazione, che è quello del blocco della riproduzione. Causa di questo fenomeno, purtroppo comune a molte altre “specie di parco” , il turismo, sia quello “diretto” che porta a rumori, schiamazzi, abbandono di immondizie, sia quello meno diretto, ma conseguenza del primo, delle linee strada a scorrimento veloce e delle linee ferroviarie di recente costruzione..

Nonostante questi problemi, tuttavia, sia l’orso marsicano che il camoscio di Abruzzo rimangono il simbolo del parco, contando per primo, circa un centinaio di individui sparsi anche al di fuori del territorio protetto, e per il secondo, circa 450 esemplari, contrariamente al primo, raccolti tutti nel cuore del parco.

Circa 250 sono gli esemplari di cervo ed un centinaio di caprioli, quest’ ultimi incrementati grazie ad una azione di ripopolamento che è servita a riparare alle grandi perdite del passato; stesso discorso fatto per l’orso e per il camoscio vale anche per i 20 esemplari di lupo appenninico , specie difficile da incontrare oggi su tutta la catena montuosa; così come difficili da incontrare sono altre 40 specie di mammiferi tra martore, faine, tassi, puzzole (e contrariamente alle volpi e alle donnole, ad esempio, che invece sono molto comuni in queste località).

Molto ricca è anche la fauna alata che conta circa 300 specie tra cui spiccano i rapaci – l’astore, la poiana, il gufo reale, l’allocco – e sopra tutti gli altri l’aquila reale con i suoi 8 esemplari.

Negli ambianti del sottobosco, dei fiumi, dei laghi, delle praterie d’altitudine e delle rupi, si ritrovano numerosi altri esemplari dell’avifauna, insieme ad una varietà di pesci, rettili anfibi, e invertebrati: di importanza scientifica, fra gli ultimi, sono insetti , soprattutto alcuni coleotteri tipici dell’ambiente floristico della catena appenninica: faggi, cerri, sceri e pini neri che rivestono selve montane, boschi planiziari, rocce dirupate, che nel periodo primaverile, vengono alimentati di colore (e per valore) di fioriture di soldanella, di viola, di giglio, di anemone, di orchidea e della rara e delicata scarpetta di Venere e dell’iris marsica.

 


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