Corrado Tocci

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Il de profundis di un sistema consociativo

Il Paese finge di cadere dalle nuvole e si scandalizza per “essere atterrato” in sistema consociativo degradato e corrotto.

Come Movimento dei Popolari Glocalizzati da anni denunciamo “la piovra” che avviluppa la gestione della sfera pubblica in Italia e i meccanismi che permettono di perpetuare il degrado del sistema.

Mentre Sagunto viene saccheggiata, nei salotti e nei programmi televisivi si fa finta di vivere ancora in un Paese dove impera la democrazia e la meritocrazia.

Nel sistema globale, il “Rapporto 2014 sulla corruzione” vede l’Italia al 69° posto su 174 Paesi, risultiamo il Paese più corrotto del G7 e del G20.

Come Popolari in un editoriale di aprile 2010 dal titolo, “élite e fallimento etico nella seconda repubblica”, denunciavamo: “Lo sbandamento morale, sociale ed economico del Paese Italia è sotto i nostri occhi tutti i giorni, questo risultato ci permette di prendere atto del fallimento del progetto della élite che ha guidato il Paese nella cosiddetta seconda Repubblica. Il tentativo di dar vita ad una democrazia individualistica, avulsa da principi morali e da comportamenti eticamente orientati, in nome dell’uguaglianza di tutti gli uomini, ci ha portato all’egualitarismo di facciata, e sta dimostrando che non può esistere coscienza sociale fondata su una somma di “io autonomi” finalizzati al sostegno di soli interessi particolari. Questa visione sta dando vita all’uomo incompiuto non più in grado di partecipare alla costruzione del bene comune. La conseguenza più grave è che sta passando la convinzione che vivere rettamente sia inutile.”

L’editoriale continuava: “L’impegno per il “bene comune” è uno stile di vita, un agire caratterizzato da alcune scelte di fondo, da richiedere a chi è impegnato o voglia impegnarsi in politica, con l’augurio che la riforma dell’attuale sistema elettorale torni a dare ai cittadini la facoltà di scegliere le persone di cui fidarsi. Come Popolari Glocalizzati riteniamo che sia indispensabile tenere comportamenti consoni al raggiungimento del bene comune, in primo luogo l’impegno per l’etica pubblica e la morale sociale deve essere indissociabile dall’impegno etico sul piano personale: va rifiutata la logica di “Giano bifronte”, che coniuga “vizi privati e pubbliche virtù”. Questo comporta il riconoscimento del primato della coscienza nell’agire politico e il diritto di ciascun rappresentante del popolo all’obiezione di coscienza su questioni eticamente rilevanti, ma vuol dire anche che la credibilità del politico andrà misurata sulla sobrietà del suo stile di vita, sulla generosità e costanza nell’impegno, sulla fedeltà effettiva ai valori proclamati. In secondo luogo il politico deve essere vicino alla gente, ascoltarne i problemi, farsi voce delle istanze di giustizia di chi non ha voce e sostenerle. I politici non debbono essere al servizio del padrone di turno, ma del popolo. Lo Stato sociale, l’istruzione e la tutela della salute per tutti, non sono una conquista temporanea, ma valori irrinunciabili, da tutelare e migliorare liberandoli da sprechi e assistenzialismi che non servono ai poveri. In terzo luogo, la dialettica politica andrà sempre subordinata alla ricerca delle convergenze possibili per lavorare insieme al servizio del “bene comune”: corresponsabilità, dialogo e partecipazione vanno anteposti a contrapposizioni preconcette o a logiche ispirate a interessi personali o di gruppo. Il “bene comune” va sempre preferito al proprio guadagno o a quello della propria parte politica. In quarto luogo, nel servizio al “bene comune” occorrerà saper accettare la gradualità necessaria al conseguimento delle mete: la logica populista del “tutto e subito” ha spesso motivato promesse non mantenute, quando non la violenza e l’insuccesso di cause anche giuste. Occorre puntare al fine con perseveranza e rigore, senza cedere a compromessi morali e ritardi ingiustificati e senza mai ricorrere a mezzi iniqui. Questi cinque punti appena enunciati dimostrano il fallimento di questa élite che ha gestito la seconda Repubblica, che cerca, attraverso l’occupazione militare dei mezzi di comunicazione, attraverso spettacoli guidati da canovacci ideologici o modelli di costume, di far passare presso l’opinione pubblica false tematiche politiche e sociali che niente hanno a che fare con il vivere quotidiano e con il problemi che le persone debbono affrontare ogni giorno.

La élite tramite i mezzi di comunicazione ha provato a ricreare delle corti da presentare come modello al popolo, tipo regno di Francia, ma ha dimenticato che tale modello portò alla rivoluzione francese e al regime del terrore.”

In un altro editoriale del 2011 dal titolo “l’ultimo assalto al bilancio pubblico contro lo stato sociale” denunciavamo: “Nel messaggio di auguri per il Santo Natale inviato a tutti i cittadini italiani, come Popolari Glocalizzati, abbiamo evidenziato come si sia fatta strada la mentalità di intendere la politica più come professione che come servizio alla collettività. Abbiamo invitato i nostri iscritti ad essere vigili sul territorio, denunciando tutti gli abusi e le cattive abitudini presenti.

L’inizio del nuovo anno sta facendo emergere comportamenti equivalenti all’ultimo assalto alla diligenza nei confronti del bilancio dello Stato, non comparabili neanche con quanto è avvenuto alla fine della prima repubblica. Una classe dirigente incapace di valorizzare le risorse presenti sui territori per creare sviluppo, e conseguentemente consenso elettorale, si appropria del servizio pubblico e al di fuori della legge piega la Pubblica Amministrazione ai suoi voleri. Questi assalti alla finanza pubblica rischiano di creare confusione tra la gente, facendo passare il principio che lo spreco di risorse pubbliche per avvantaggiare degli amici, giustifichi la riduzione dei servizi dello Stato Sociale.

Come Popolari Glocalizzati non permetteremo mai che passi questa mentalità e ci batteremo ogni giorno sul territorio per denunciare le malversazioni che vanno a danno dei finanziamenti necessari ai Piani Socio-Sanitari e ai Piani di Zona.”

Tornando ai nostri giorni, per evitare che il baccano dei media man mano si affievolisca e comincino a comparire analisi dubbiose per scagionare “i compari di merende”, è utile riflettere su come questa deriva antropologica si sia ingigantita nel tempo e se sia solo frutto della cosiddetta seconda repubblica.

Il problema si evidenzia negli anni ’80 quando una classe dirigente, cresciuta dal basso, conoscitrice del territorio, rappresentante delle categorie sociali che sostenevano lo sviluppo e la crescita, si è scontrata con la nuova classe dirigente dei partiti per niente sensibile al bene comune, interessata solamente ad accaparrarsi posti per “indirizzare” il bilancio pubblico.

Per fermarsi al caso che in questi giorni interessa Roma e il Lazio, in quegli anni i dirigenti e i maggiorenti politici dei partiti al Governo, per non dialogare e confrontarsi con le nuove generazioni che venivano fuori dalla esperienze sociali e politiche dei territori, preferirono arruolare quadri di altre culture più avvezze allo scontro fisico che al dibattito democratico.

Questo avvenne nella Democrazia Cristiana, nel Partito Socialista Italiano e nel Partito Comunista Romano, con conseguenti ricadute sui partiti minori.

In quegli anni si estinse la democrazia nei partiti, nelle sezioni i congressi si cominciarono a celebrare a tavolino senza gli iscritti, e se qualcuno non accettava il metodo veniva prima imbonito poi convinto con metodi più violenti.

Questo andazzo permise di cominciare ad occupare militarmente i posti di potere che gestivano risorse finanziarie e di fare politiche non più in direzione del bene comune ma tese ad arricchire i componenti del clan.

Così, una volta smantellato l’IRI a livello nazionale, si poterono costituire migliaia di società partecipate a livello locale, con bilanci in perdita ripianati annualmente con denaro pubblico. Queste “società supermercato” a disposizione “degli amici”, in un sistema consociativo, con il placet del sindacato.

 Questa continua mediazione al ribasso ha sfruttato persino i processi di “tangentopoli” che cercavano di eliminare la corruzione all’interno dei partiti.

Costoro furono talmente abili che riuscirono a realizzare due fasi il loro progetto delittuoso: la prima, con la sterilizzazione dei partiti, la possibilità di presentare liste bloccate e la cancellazione delle preferenze; la seconda, mediante la legge detta “Bassanini” che ha permesso di passare il potere decisionale dalla politica alla burocrazia.

Le organizzazioni eversive e quelle delinquenziali capirono che quella era la chiave di volta, e con la corruzione e le minacce sarebbe stato possibile prendere in mano i capitoli di spesa degli Organi istituzionali ai vari livelli.

Il risultato è la cronaca di questi giorni.

Il Paese non si deve illudere, il problema non è solo romano. E’ giunto il momento di fermare l’emorragia finanziaria delle varie società partecipate. Apposite leggi hanno permesso che società pubbliche non venissero controllate, considerate come se fossero private, permettendo gestioni clientelari e parassitarie, senza ricadute di responsabilità sugli amministratori, addossando le perdite anno dopo anno al bilancio pubblico.

 

Questo sistema corruttivo può contare su una vasta fascia di “clientes”, i quali all’occorrenza, pure in un futuro sistema di democrazia reale, possono votare persone legate a questi ambienti, disponendo costoro di grandi risorse finanziarie ed occupazionali, sta al Ministero degli Interni vigilare sui trascorsi per evitare che un cambio di nome possa rendere “vergini” situazioni e persone.


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