Corrado Tocci

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Il mio Impegno Politico

Vivere nel quartiere popolare romano di San Lorenzo negli anni ’60 e crescere in Via dei Volsci non era facile. Una periferia dove convivevano tutte le contraddizioni di una città che vedeva aumentare la sua popolazione di centinaia di miglia di residenti l’anno, socializzare era molto difficile, soprattutto, per i ragazzi appartenenti a famiglie cattoliche di cultura agricola mercantile.

San Lorenzo, un quartiere di cultura marxista leninista, con frange di popolazione emarginata intenta quotidianamente alla ricerca di soluzioni in forme più o meno lecite. Un quartiere che nemmeno il fascismo era riuscito a controllare, obbligato come era a mettere cecchini sui tetti per evitare attentati ogni qualvolta un funerale di stato doveva percorrere Via Tiburtina per raggiungere il cimitero monumentale del Verano.

L’unico punto di aggregazione del quartiere era la Parrocchia dell’Immacolata, retta dai Padri Giuseppini, i giovani venivamo seguiti da Padre Libero, un sacerdote per quei tempi al di fuori degli schemi usuali per il suo modo di intendere la pastorale, lui era sempre in giro per il quartiere e non ci metteva molto a prenderci a scapaccioni se ci vedeva fare qualcosa che non andava bene, ma la sua azione pastorale si rivolgeva anche agli adulti e non disdegnava di andare nei bar e farsi una partita a carte, questo approccio gli permetteva di dialogare anche con tutti e due i genitori, non solo con le madri.

La vita delle famiglie era molto grama, molte mancavano del necessario, soprattutto alla fine del mese, in soccorso venivano, per come potevano, le Parrocchie, che grazie al “Piano Marshall”, distribuivano generi alimentari di prima necessità. 

La domenica pomeriggio le famiglie permettevano ai figli di farsi una passeggiata, si partiva in gruppi, alquanto numerosi, e a piedi si esplorava la città. L’uscita dal quartiere, per visitare le zone centrali, faceva saltare agli occhi le disparità esistenti e accresceva le aspirazioni di rivalsa sociale.

L’interesse alla politica si fece strada con l’impegno nel Movimento Studentesco, il caso volle che come studente iscritto all’istituto tecnico industriale Antonio Meucci, l’istituto da un palazzina dell’Aventino spostasse la sede in Via Tiburtina, presso uno stabilimento industriale lasciato dalla Max Meyer. La struttura più che di un plesso scolastico era una fabbrica abbandonata composta da capannoni con finestre ad abbaino, con vetri rotti e senza riscaldamento.

Nella stessa condizione c’erano anche molte altre scuole, le comuni difficoltà ci indussero a costituire un comitato di coordinamento che aveva come referenti politici il PCI e il PSI. Quella del Movimento Studentesco è stata una bella esperienza, con qualche eccesso, soprattutto durante le manifestazioni, ma ha plasmato iniettando anche gli anticorpi necessari per non essere strumentalizzati.

Nella prima metà degli anni ’60, in conseguenza dell’aumento della scolarizzazione, ci fu un gran proliferare di nuovi Istituti Tecnici, sia per periti, che per geometri, che per ragionieri, le nuove classi operaie e impiegatizie investivano sui figli per far “prendere” loro il diploma.

In quegli anni l’accesso alla università era riservato solo a coloro che avevano frequentato il liceo, provvidenziale fu una riforma approvata in quegli anni che permetteva anche agli studenti degli istituti tecnici di iscriversi ad alcune facoltà.

L’inizio dell’impegno politico ebbe inizio con la iscrizione alla facoltà di ingegneria della Università La Sapienza. Con la riforma decine di migliaia di studenti degli istituti tecnici si iscrissero all’università, una università, ancora per poco, di élite.

L’ingresso all’università dei figli della nuova piccola borghesia, impiegatizia ed operaia, causò lo stravolgimento del sistema universitario romano che passò, in pochi anni, da qualche decina di migliaia di studenti a oltre centomila iscritti.

Questa immissione di nuove classi sociali comportò lo stravolgimento delle rappresentanze sia per l’ORUR, organismo rappresentativo universitario romano, sia per la stessa goliardia.

Molti dei componenti del movimento studentesco furono eletti sia negli organismi di facoltà, che in quello della università. La grande immissione di nuovi studenti politicizzati stravolse il vecchio sistema liberale di gestione universitaria.

In quel momento si palesò la necessità di individuare un luogo dove incontrarsi, sia per stare insieme che per analizzare i problemi che toccavano da vicino la vita universitaria. Videro la luce tutta una serie di circoli universitari dove incontrarsi e trascorrere il tempo libero.

Insieme ad un altro carissimo amico demmo vita al circolo “Universitary Club” in Via Arezzo, in prossimità di piazza Bologna.

In quello scantinato si forgiò il nostro impegno civile e politico, sia con la partecipazione alle attività di partito che con la pubblicazione di un periodico.

Verso la fine degli anni’60, in piena contestazione universitaria, i padri Francescani della Parrocchia di San Lorenzo fuori Le Mura, in prossimità dell’università, avviarono un cenacolo aperto a tutti gli studenti per riflettere su come i cambiamenti in atto potevano essere affrontati, anche, dal punto di vista antropologico superando la sola visione ideologica.

Questi incontri fecero nascere in molti di noi l’esigenza di impegnarci in politica, prima all’interno dei partiti, poi come candidati alle elezioni. 

L’esperienza fatta dal 1975 al 1980 come amministratore di un piccolo Comune e di una Comunità Montana nel Lazio, se da una lato era esaltante per la gestione dei cambiamenti istituzionali derivanti dall’avvio delle Regioni a statuto ordinario, dall’altro si cominciava a intravedere una deriva del sistema dei partiti, con una dirigenza interessata più alla gestione di interessi particolari che del bene comune.

Questa esperienza ha indirizzato la scelta verso l’impegno sociale, senza abbandonare mai la politica, favorendo prima l’avvio di scuole di formazione politica, poi con la partecipazione alla costituzione di movimenti politici.


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